Il burkini: il tema che divide
Il burkini è spesso al centro di polemiche, in un’onda che da almeno vent’anni attraversa mezzo mondo. L’ultima, la più recente e la più vicina, riguarda proprio il nostro Paese, con il caso di Salorno (Alto Adige), dove il gestore di una piscina ha consentito alle frequentatrici di fare il bagno indossano il burkini con l’obiettivo di favorire l’inclusione e il benessere. Decisione che ha suscitato le reazioni da parte del mondo politico.
L’origine del burkini
Il termine burkini deriva dalla crasi fra le parole burqa e bikini, tuttavia non ha origine nei regimi mediorientali: il burkini nasce in Australia nel 2004 per invenzione della stilista libanese Aheda Zanetti con lo scopo di consentire alla nipote di giocare a netball rispettando i precetti islamici. Da allora il governo australiano e le associazioni di salvataggio lo adottarono, di colore giallo e rosso, per arruolare ragazze musulmane come assistenti bagnanti sulle spiagge.
Le due interpretazioni
Oggi il burkini viene da una parte osteggiato come simbolo di chiusura, ma in realtà è stato concepito proprio per far uscire le donne musulmane di casa e integrarle dello stile di vita balneare. Quindi da un lato viene interpretato come simbolo di ghettizzazione, dall’altro come pragmatico esercizio di libertà. In questo senso la politica non ha mai smesso di confrontarsi su questo tema manipolando il tema a proprio uso e consumo. Quando ad esempio nel 2023 la Circoscrizione 3 di Torino decise di limitare agli uomini l’accesso alla piscina Trecate per un’ora e mezza, si scatenò la bufera: il centrodestra gridò alla mancata integrazione, mentre il centrosinistra difese quella che definirono “discriminazione positiva”, necessaria a tutela delle donne condizionate da secoli di cultura patriarcale.
Di fatto, concedere un’ora di nuoto a porte chiuse rappresenta un modo pratico per consentire a donne – spesso intrappolate dalle regole della propria comunità di riappropriarsi del proprio corpo, di socializzare e di accedere al benessere fisico.
Il divieto del burkini in Italia
L’ultima polemica inerente il burkini, è stata quella che ha riguardato la piscina Lido di Salorno, in Alto Adige, il cui gestore Luca Lechthaler a luglio ha deciso di riservare la vasca per un’ora (dalle 18.30 alle 19.30, subito dopo l’orario di chiusura al pubblico) all’associazione “Armonia” e alle donne islamiche. Scopo dell’iniziativa, approvata anche dal sindaco Roland Lazzeri, favorire l’inclusione e il benessere attraverso la possibilità per le frequentatrici di indossare il burkini.
Tuttavia l’ora in piscina “dedicata al burkini” in Italia aveva già dei precedenti: proprio a Torino i corsi di nuoto riservati alle donne esistono da quindici anni: qui le piscine diventano anche uno spazio in cui si discute e si parla di diritti e lotta al patriarcato.
Anche a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, l’istituzione di un’ora mattutina con sole istruttrici donne ha consentito l’accesso allo sport a donne che altrimenti non avrebbero mai varcato la soglia dell’impianto.
Più noto e precedente a Salorno fu il caso di Varallo Sesia, in provincia di Vercelli, nel 2009, quando il sindaco leghista vietò il burkini nei torrenti e nelle piscine adducendo “motivi igienico-sanitari”: un intento discriminatorio con questioni di salute pubblica che venne poi bocciato dal Tribunale civile di Torino.
Il burkini in Europa
A seconda dei paesi, il dibattito sul burkini acquisisce toni diversi. In Francia viene vissuto come minaccia alla Repubblica, per cui ad esempio nel 2016 molti comuni come Cannes e Villeneuve-Loubet lo vietarono sulle spiagge. Addirittura nel 2022 il Consiglio di Stato francese annullò la decisione del sindaco di Grenoble nel 2022 di autorizzare il burkini e orari esclusivi per le donne nelle piscine comunali invocando la “laicité2 della nazione. Completamente in direzione opposta è invece andata la Svezia: il burkini è stato accettato come un normale indumento destinato al nuoto, e molti impianti offrono sessioni di orario separate per chi lo indossa.
